di Violetta Luongo
NAPOLI – C’è un momento, nel teatro, in cui il corpo dell’attore diventa paesaggio, voce collettiva, rovina e rinascita insieme. In questo atto unico, Sonia Bergamasco domina la scena con una presenza assoluta, magnetica, capace di reggere da sola il peso della storia e dell’intimità. Al Teatro San Ferdinando, fino all’8 febbraio, la sua “Principessa di Lampedusa”, è uno sfoggio teatrale completo: verbale, gesticolare, facciale. Ogni minima variazione del volto è racconto, ogni pausa è pensiero che prende forma.
NAPOLI – C’è un momento, nel teatro, in cui il corpo dell’attore diventa paesaggio, voce collettiva, rovina e rinascita insieme. In questo atto unico, Sonia Bergamasco domina la scena con una presenza assoluta, magnetica, capace di reggere da sola il peso della storia e dell’intimità. Al Teatro San Ferdinando, fino all’8 febbraio, la sua “Principessa di Lampedusa”, è uno sfoggio teatrale completo: verbale, gesticolare, facciale. Ogni minima variazione del volto è racconto, ogni pausa è pensiero che prende forma.
AMORE TRA VESUVIO ED ETNA – Il pubblico resta sospeso quando, nel cuore dello spettacolo, l’amplesso amoroso tra il focoso Vesuvio e la fumosa Etna si fa metafora ardente di passioni inconciliabili e necessarie. Una scena che lascia la platea senza fiato e che, al termine dell’opera esplode in un ringraziamento lungo e sincero: cinque minuti di applausi, non rituali ma dovuti, come si fa davanti a un’interpretazione che ha il coraggio di andare fino in fondo. Il testo restituisce con forza e modernità la figura di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo.DA LEI DIRETTO – Donna risoluta, complessa, carismatica, Beatrice emerge dalle macerie di una Palermo ferita dai bombardamenti del maggio ’43 e trova finalmente le parole per raccontarsi in prima persona. Le sue passioni, i suoi fallimenti, le sue follie diventano specchio di un’intera generazione mentre il presente si sgretola e la guerra imperversa. È una partitura di sentimenti che Sonia Bergamasco interpreta come un concerto emotivo, facendo esplodere il vitalismo di un’anima sublime. Il ritmo intenso e musicale della scrittura scenica di Ruggero Cappuccio invita a una danza sottile: la voce si sdoppia, si moltiplica, intona e scompone la trama di una vita attraverso immagini salienti, evocative, mai illustrative.
IL RITMO – La linea musicale, essenziale e dialogante, è tessuta con sapienza dal compositore Marco Betta insieme a Ivo Parlati, diventando parte integrante della narrazione. Bergamasco si muove dentro una scena luminosa e volutamente vuota, uno spazio mentale prima ancora che fisico, dove prendono corpo le tracce di una vita: le parole non dette, il desiderio di sentirsi ancora parte, la lucidissima consapevolezza di esserne ormai definitivamente fuori. È un teatro delle emozioni e del pensiero, una solitudine essenziale che diventa universale. Questo monologo è anche una dichiarazione d’amore alla forma: un solo corpo, una sola voce, eppure una moltitudine di presenze e visioni. Un teatro che non consola, ma interroga. Che non semplifica, ma scava. E che, grazie a Sonia Bergamasco, riesce nell’impresa più difficile: far parlare il passato con una lingua che riguarda profondamente il nostro presente.