Un aperitivo e una chiacchierata sul cinema con Giuseppe De Rosa

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Castellammare di Stabia, Napoli. Incontro l’attore Giuseppe De Rosa in un bar del centro di questa bella città. Siamo sul lungomare e mi concentro ad ascoltarlo tra i motorini che passano e lo stridio dei gabbiani che volano sull’acqua: credo che il suo lavoro valga la pensa di essere approfondito.

 

Qual è stata la tua formazione per diventare attore?

Ho iniziato da ragazzino con il teatro, che è (e rimane) il mio grande amore. Ho cominciato con de Filippo e poi sono stato per diversi anni nella compagnia di Luca. Tra le ultime cose ho partecipato alla commedia musicale di Bruno Garofalo, La signora delle mele con Marisa Laurito e Giuseppe Zeno. Mi sono divertito tantissimo, è stata una gran bella esperienza.

Preferisci la tv, il cinema o il teatro?

Non sono il tipo di attore che disconosce quello che ha fatto. Rifarei tutto, per un motivo o per l’altro, ma il teatro resta sempre la mia passione più forte e il motivo per cui sono diventato attore. Sono conterraneo di Raffaele Viviani e Annibale Ruccello, il teatro da queste parti ce l’abbiamo dentro.

Però hai lavorato con registi importanti, anche se di genere. I fratelli Vanzina per esempio.

Sì, e ne sono contento. Enrico e Carlo sono i figli di Steno, uno dei registi di Totò, forse quello che ci ha fatto più fil, insieme a Camillo Mastrocinque e Mario Mattoli. Ho lavorato soprattutto con Carlo, che per me un professionista impeccabile.

Sei soddisfatto del tuo ruolo come padre di Manuela Arcuri in Pupetta, il coraggio e la passione? Che pensi delle polemiche sul prodotto?

Sì, è andata bene, in fondo. Come ti ho detto prima, non rifiuto qualcosa che comunque mi dà la possibilità di esprimermi, solo perché a qualcuno potrebbe non piacere. Certo ci sono molte politiche del mercato cinematografico e televisivo che non condivido, ma non sta a me risolvere la questione.

Come vedi il cinema e, soprattutto, il teatro italiano nell’immediato futuro?

Credo che ci siano dei nuovi talenti, e che forse si dovrebbe fare qualcosa in più per farli emergere.

Il cinema è ancora Roma centrico, o qualcosa è cambiato?

No, qualcosa è cambiato. Certo i luoghi del cinema sono quelli e vanno frequentati. Diciamo che comunque c’è più possibilità di muoversi liberamente.

Sei anche molto interessato al sociale, come dimostra la partecipazione nel documentario Venti anni di Giovanna Gagliardo.

Sì. Sono certo che il cinema abbia un ruolo anche, o forse (specie di questi tempi) soprattutto sociale. Deve spingerci a pensare, a riflettere, a valutare quello che non a va e a costruirci una nostra coscienza politica e morale, anche, se vuoi.

Una scena curiosa in cui hai fatto qualcosa di molto fisico, non dico da stuntman, ma insomma…

Si, una volta per un film mi trovavo in una piscina. Dovevo essere ammazzato e avevano posizionato tutta una serie di botti che dovevano esplodere per dare l’idea della raffica di colpi sull’acqua. Ti confesso che mi ha dato un po’ fastidio questa cosa, un rumore infernale! In genere, comunque, diciamo che interpreto ruoli abbastanza tranquilli.

È vero che ti chiamano Peppone?

Sì, ma è un soprannome che risale al passato, anche se a parenti e amici stretti lo concedo ancora. Oggi però chiamatemi Giuseppe.

 

Claudia Verardi

Redazione

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