Piante selvatiche, lampioni rotti e graffiti ovunque. I ruderi delle antiche terme a rischio degrado
Superata la curva dell’Anfiteatro Flavio in direzione Pozzuoli comincia la sfilata delle affascinanti rovine archeologiche a cielo aperto che caratterizzano via Terracciano. La prima in ordine di apparizione è il cosiddetto Tempio di Nettuno, nome comune ma improprio attribuito a ciò che resta di un’antica struttura termale risalente al I sec. a.C.
Se pur interessata in passato da interventi di pulizia, il suo attuale stato di conservazione (giugno 2013) è nuovamente preoccupante. La grande abside del frigidarium che prospetta sulla strada è assalita da piante selvatiche spontanee di consistenti dimensioni, che soprattutto sulla parte superiore stanno invadendo l’opus reticulatum e i listelli di laterizio con le loro radici.
Nell’antichità il complesso degradava su terrazze a livello fino alla quota del mare ed oggi è possibile osservare parte di questa struttura retrostante, sbirciando dal cancello di un podere nelle vicinanze (per altro “in vendesi”). Ma lo spettacolo non è assolutamente confortante perché l’incolta vegetazione ha assunto i tratti di una vera foresta che sta avvolgendo inesorabilmente l’antica pietra.
E se qualcuno (magari un turista) desiderasse leggere qualche notizia di più sul sito archeologico “in diretta”, è impossibile: l’infopoint collocato è vuoto, manca il pannello centrale, si va di immaginazione (o di studio a casa).
Non meno piacevole è il decoro in cui si trova l’area dei giardinetti pubblici. Cocci di vetro, bottiglie in frantumi, spazzatura e cartoni rendono sgradevole oltre che pericolosa la sosta. Le panchine dell’emiciclo, oltre ad essere imbrattate di scritte graffitarie, perdono pezzi di rivestimento di marmo, mettendo a nudo la muratura di sostegno sottostante. La manutenzione verde delle aiuole sembra mancare da tempo poiché l’erba è cresciuta oltre livello, coprendo i viali di camminamento. Due lampioni presentano vetri rotti e lampadine interne sconnesse, mentre del terzo rimane solo il palo, nessuna traccia della cassa di illuminazione.
Giovanni Postiglione ©