Napoli, la campania e la riscossa del Sud del mondo; perché dire no agli inceneritori

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«Sul muro di un locale di Madrid c’è un cartello che dice: È PROIBITO IL CANTO FLAMENCO. Sul muro dell’aeroporto di Rio de Janeiro c’è un cartello che dice: È PROIBITO GIOCARE CON I CARRELLI PORTAVALIGIE. Il che vuol dire che c’è ancora gente che canta e c’è ancora gente che gioca.»

Qualcuno ha ancora voglia di cantare e di giocare, scriveva Eduardo Galeano. Ma soprattutto di partecipare. Sembra questa, infatti, la forza che sta animando i popoli del sud del mondo. Una forza nascente di rifiuto impetuoso, che quando trova la capacità di organizzarsi, più perché deciso a spezzare le catene che per la decantata incapacità della “razza” meridionale, si dimostra capace di mettere in discussione l’aplomb presuntuoso di un Nord del mondo sordo e narciso. Proprio in quelle aree del mezzogiorno, che la ragion di Stato ha relegato a terre di confine degenerato, in cui tutto è possibile e l’organizzazione del potere è particolare, si consumano le più desolanti tragedie umane e sociali. Queste ultime, lungi dall’essere problemi da risolvere con i cittadini, vengono utilizzate come territori e cittadini di scarto su cui poter attuare strategie funzionali al mercato e al lucro delle élite. Sempre più infatti la scelta di non lasciare possibilità ai cittadini di indicare le proprie necessità, ad esempio sull’erogazione dei servizi, si rivela strategica nel creare il solito luogo comune per cui il degradato contesto urbano e i servizi scadenti sono provocati dalle popolazioni che ne fruiscono, ribaltando completamente, qualora esistesse, il rapporto di causa-effetto. Se si aggiunge a tutto ciò il rilassamento e l’assopimento di quel fervore, che il sistema provoca con le sue elemosine, nelle forme più varie, gli strumenti per demolire le rivendicazioni dei cittadini che uno Stato autoritario sempre si propone di indebolire.Per questo oggi ci troviamo difronte a questa enorme responsabilità, le escavazioni degli ultimi giorni stanno dimostrando che il territorio presso cui viviamo è completamente invaso dai rifiuti tossici e non; sopra e sotto il suolo, fuori e dentro il nostro campo visivo. Per questo i nascenti movimenti di protesta no vanno visti come indice di solita ignoranza e qualunquismo dei cittadini, ma come segnale di un risveglio popolare senza precedenti.Sono tanti i casi che dimostrano questa tendenza in giro per il mondo. È un moto di liberazione e giustizia sociale che si è levato dal profondo dell’africa nera soggiogata da anni di falsa solidarietà e dal ricatto del debito; dai dissidenti barcellonesi contro il governo della propria città sempre più alla rincorsa della “modernità di livello europeo”; dai sindacalisti uccisi nel cuore della nuova Asia industrializzata; dalle nuove rivendicazioni dei nativi messicani contro il loro Stato sempre più succursale degli Usa; fino alla tentata rivoluzione partecipata dell’Italia meridionale e della Campania dallo scoppio della prima emergenza rifiuti del 1994 ad oggi. Proprio Napoli e la sua regione, infatti, rappresentano lo scontro più marcato fra la politica occidentale e la capacità di autodeterminazione dei popoli del sud del mondo. Per questo il no secco dei cittadini campani e napoletani non può essere ignorato dallo Stato per l’ennesima volta, perché stavolta la partecipazione finalmente potrà trasformarsi in libertà.

 

Marco Coppola

Redazione

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