Il dramma delle casa famiglia. Sciopero della fame davanti a Palazzo San Giacomo

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Agli occhi dell’Europa, e del mondo, l’Italia può vantare quello che è, forse, il più importante sistema di welfare state in assoluto. Purtroppo, però, la stretta feroce della crisi economica ne ha minato profondamente le basi, fino a metterne in discussione la sopravvivenza.

Nel Bel Paese, infatti, il sistema di assistenza spesso trascende dalle istituzioni. Nasce e matura tra le mura domestiche, grazie al massiccio intervento delle donne, oppure viene “affidato”, un po’ alla Ponzio Pilato, alle cooperative sociali ed alle associazioni. Sono molti, quindi, i soggetti che operando giorno dopo giorno nel settore, sopperiscono alle mancanze delle istituzioni statali. E locali.

Il caso, ovviamente, non poteva non sollevarsi anche a Napoli dove da lunedì scorso gli operatori delle cooperative e delle associazioni al lavoro nelle c.d. “casa famiglia” hanno proclamato lo sciopero della fame perché vengano sbloccati quei pagamenti che, seppur maturati, giacciono nelle casse dell’amministrazione da quattro anni. La situazione è diventata insostenibile ed il sistema è al collasso. Tant’è che spesso sono gli stessi operatori a provvedere a proprie spese all’assistenza ed all’acquisto dei beni di prima necessità.

Con l’amministrazione comunale, e con il Sindaco Luigi de Magistris, è scontro. Finora nessuna delle rassicurazioni su un possibile intervento nel settore ha dato i suoi frutti. Molte strutture hanno già chiuso e molte altre si apprestano a seguirne le orme. I numeri sono impressionanti e danno la misura del problema che, senza gli opportuni interventi, potrebbe presto trasformarsi in dramma sociale. Quasi 6000 dipendenti, 500 minori, più di 50 milioni di euro di crediti vantati dalle associazioni e dalle cooperative.

Lo stato sociale, nonostante la crisi di finanza pubblica ed i conseguenti tagli, ha il dovere di intervenire anche per il tramite delle amministrazioni locali. Le istituzioni hanno il dovere di farsi carico delle esigenze di minori già di per sé costretti al dramma di una vita lontano da una famiglia “convenzionale”. Le istituzioni non possono permettersi il lusso di condannarli ad un secondo abbandono.

Massimo Esposito

Redazione

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