NAPOLI – «Voglio venire a vedere coi miei occhi», aveva spiegato dopo esserseli stropicciati. L’agronomo della Lega Calcio di serie A atterra a Capodichino intorno alle undici e mezza e arriva al capezzale dell’ammalato verso mezzogiorno. Per tre ore, accompagnato da un rappresentante della ditta Marrone, che cura la manutenzione (non c’erano esponenti del Comune e del Calcio Napoli, ndr), scruta palmo a palmo l’erba, ne esamina le radici. Visita il campo come si farebbe con un ammalato un po’ malconcio. Poi scioglie la prognosi: «Avevo definito quelle immagini raccapriccianti, ma da vicino la situazione è ancora più impressionante. Non ho mai visto un campo conciato così dopo un solo concerto. Sul prato, a parte la grande “U” di color giallo dovuta alla mancanza di ossigenazione, ci sono profonde buche lasciate dai piloni che sorreggevano il palco e evidenti segni del transito di mezzi pesanti, credo addirittura cingoli. Insomma, hanno lavorato come se fossero non in un campo sportivo, ma in un piazzale, senza alcun rispetto per la cosa altrui. Ci sarebbe da prenderli a schiaffi, soprattutto perché con un po’ di attenzione tutto questo si poteva evitare».
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