di Vincenzo Vinciguerra
NAPOLI – Oggi avrebbe compiuto 63 anni Massimo Troisi. Con la sua scomparsa ha lasciato un vuoto (e non è la solita frase fatta) non ancora colmato. Un vuoto nel campo dello spettacolo, ma soprattutto nel costume, nell’immaginario, nel modo di essere di una intera generazione. Questo vuol dire che Troisi riuscì, nel, tutto sommato, breve arco della sua parabola artistica, ad incidere nella vita e nel modo di pensare dei suoi coetanei. E’ un raro privilegio che capita solo ai grandissimi artisti che riescono a rompere la barriera tra arte e vita. La sua dolcezza nelle parole, il suo capovolgimento di banalità ricorrenti che rendevano sempre più emarginato, timbrato e bollato un intero popolo. Il suo rispondere a domande banali con fermezza nell’additare le verità più semplici («Per fare un film buono ora mi chiedono se Troisi conosce l’esistenza di Dio, solo un film buono ho fatto»). La sua introversione, timidezza, fragilità, bontà e pigrizia stereotipava un napoletano “assurdo” agli occhi del mondo. Quando gli chiedevano del successo rispondeva ( «Si uno è imbecille addiventa imbecillissimo»), cioè il successo è una cassa che amplifica ciò che già si è.
IL SUCCESSO – Troisi impiega più di dieci anni per giungere al successo, partendo da un garage adibito a teatrino e impegnandosi con costanza, non proviene dal mondo alto-borghese che domina la cultura italiana, non appartiene al giro dei circoli chiusi del cinema italiano; ma questa matrice meticcia è la sua maggiore risorsa che, soprattutto agli inizi, è trasposta in linguaggio cinematografico con esiti convincenti. Fuori dal set cinematografico, sembra non dismettere mai la “maschera” che si riscontra nei suoi personaggi, come se assolvesse ad un compito di critica sociale, fatta attraverso il filtro dell’ilarità.
LUOGHI COMUNI – Un luogo comune è anche quello di dire che tutti i napoletani sanno recitare e cantare. L’osservazione un po’ provocatoria giunge puntuale nel programma TG l’Una. Al giornalista che domanda : «No, mi devi spiegare che cosa fai di straordinario, dal momento poi che voi napoletani siete spiritosi fin dalla nascita…» Troisi obietta: «Ma chesto non è vero perchè se cerca sempre ‘e sminuì a forza d’ei napoletani, chello che facimmo nuie, se uno canta si dice chillo è napultano, recita, i napulitani sanno cantà e recità … Nuie rimanimmo sempe che nun sapimmo fà niente…» La resistenza al luogo comune nasce talvolta non dalla volontà di contraddire, ma dal desiderio di evitare le esagerazioni, anche quando queste sarebbero gratificanti o lusinghiere.
L’UNIVERSO TROISI – Come è accaduto ai grandissimi dello spettacolo, Viviani, Totò, Edurardo, Rossellini, Visconti, De Sica, Pasolini (che Massimo amava tanto da dire: «Ogni volta che leggo Pasolini mi rendo conto che non faccio nulla per il cambiamento della società, mi sento sempre piccolo») fatica ad essere compreso, e perfino misurato, nella sua totalità e profondità. La fine della sua carriera è considerato da un testamento “Il Postino”, una sorta di ultima recita, a metà strada tra la rappresentazione e la vita reale, in cui il protagonista si lascia morire sulla scena. Ed un pubblico che ancora oggi a 21 anni dalla scomparsa applaude ancora alla sua ultima scena in pubblico. Come piace dire al maestro Ettore Scola :”Era un grande intellettuale”