“Io mi servirò soltanto di quei pochi segni che aiutano l’immaginazione. Il teatro è suggestione, se mostri troppo non vedi niente!”.
Sono queste le parole, che celano l’intento più intimo, che anima la messinscena de Lo Spopolatore da parte di Peter Brook. Non starò qui a dirvi di quanto il regista sia tra le ultime grandi firme del teatro mondiale, e nemmeno cercherò di convicervi che Samuel Beckett, autore del testo, è a tutti gli effetti un drammaturgo dello smarrimento. Quello di cui andrò a raccontare è una esperienza personale manifestatasi all’interno del lasso temporale (un ora) in cui lo spettacolo è venuto ad essere.
La scena, sul palco del tratro san nazzaro, è spoglia, essenziale: uno spazio vuoto in cui campeggia il nero intervallato dalla presenza di tre scale di legno ai lati; al centro uno sgabello basso. Non vi è altro, almeno fino a quando la figura magra di Miriam Goldschmidt, unica protagonista, fa la sua comparsa. In mano ha dei fogli; dapprima osserva il pubblico poi inizia a leggere con voce profonda il testo di Beckett. A coloro, che come il sottoscritto, non conoscono la lingua francese, vengono in soccorso i sottotitoli.
Il racconto dell’attrice è assolutamente fedele al testo; ovvero la descrizione di questo luogo di forma cilindrica, alto sedici metri e largo cinquanta. Entro lo stesso, o meglio entro le celle da cui è composto, prendono a muoversi esseri (non si sa bene se siano o meno umani) di tutte le età e di entrambi i sessi. Lo scritto prende forma, attraverso le parole dell’attrice, in maniera secca ed asettica; una vera e propria descrizione, uno sguardo avaro di qualsiasi forma di partecipazione, una dissezione geometrica, un unico susseguirsi di immagini.
Agli abitanti, di questo grosso “alveare”, il testo concede poco o nulla, fatta eccezione per la ritualità fisica dello spostamento e per qualche manifestazione di aggressività, quando uno dei pioli delle scale si concede alle mani dei fortunati.
Il tutto scorre negli sguardi e nelle orecchie degli spettatori, come un lungo ed estenuante elenco, radicalizzato dall’interpretazione della Goldschmidt che mantiene un tonalità vocale sempre bassa che annichilisce ogni slancio. Non vi è spazio alcuno per la rottura di uno schema di fissità narrativa, ed è questo che rende difficile il soggiacere completo dell’attenzione dello spettatore.
Ciò che è certo è lo smarrimento, la caduta della certezza, l’estrema dicotomia interpretativa tra ciò a cui si assiste ed il rimando ad una immagine chiarificatrice. Immagine che, volutamente, non arriva e che lascia lo spettatore privo di riferimenti. Ma questo fa si che lo spettacolo di Brook non si esaurisca nella messinscena, anzi quella stessa sembra nascere non appena ci si alza e ci si dirige verso l’uscita. Inizio e fine si ritrovano così ad autocelebrarsi in una lunga serie di interrogativi.
Interrogativi senza una forma estetica, perché non vi è estetica che tenga. L’esercizio di Brook è stato quello di proporre una lettura di Beckett estremamente scarna e sostanziale e nel far ciò ha messo da parte il proprio singolarismo.
Minimalismo, sia esso benvenuto.
Andrea Angelino