Chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini? Il film “La macchinazione” lo rivela

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di Vincenzo Vinciguerra
NAPOLI –
Il regista David Grieco riannoda i fili della sua conoscenza dei fatti, delle sue ‘indagini’ e della sua memoria personale, raccontando in “La Macchinazione” gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini. «Il film è frutto di follia pura – racconta Grieco all’anteprima al cinema Modernissimo di Napoli – ho finito di girarlo un anno e mezzo fa, in questo tempo è stata una corsa ad ostacoli, ed ora eccolo qua, vi consiglio di vederlo perché va assolutamente visto». Dal 24 marzo in tutte le sale italiane. Si intrecciano così gli ultimi fuochi della creazione del film scandalo Salò, con relativo furto e richiesta esagerata,  2 miliardi di lire, come riscatto delle bobine; la scrittura del romanzo incompiuto Petrolio con l’aggancio alla figura di Eugenio Cefis, presidente Montedison; e soprattutto il rapporto, non proprio casuale, ma piuttosto strutturato tra Pasolini e Pino Pelosi.

ESTATE 1975 – Pier Paolo Pasolini è in procinto di portare a termine il montaggio del controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma, proseguendo nel frattempo le difficili indagini necessarie alla stesura di Petrolio (“ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne… basti sapere che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”, come scrive in una sua nota del libro), romanzo sperimentale contenente pericolose indiscrezioni circa gli intrighi di potere alla base delle numerose stragi e scandali dell’Italia post bellica. Da mesi ha una relazione con Pino Pelosi, un giovane sottoproletario romano che ha legami con il mondo criminale della Capitale, si confida con la madre dicendo che verrà tradito a breve dal giovane di borgata. Una notte, alcuni amici di Pelosi rubano la pellicola di “Salò” ma il loro vero obiettivo non sono i soldi, ma uccidere Pasolini. L’incontro col giovane di borgata Pino Pelosi e il misterioso furto dei preziosi negativi del film trascinano il discusso intellettuale nelle spire di uno sporco groviglio di circostanze che condurrà verso il tragico epilogo, a tutti tristemente ben noto.

la-macchinazioneRIABILITATO PELOSI – Il racconto degli ultimi tre mesi di vita di uno dei personaggi più chiacchierati della nostra cultura nazionale viene riproposto dal regista questa volta scegliendo di riabilitare Pelosi rendendolo quasi artefice  e poi “vittima” di uno dei delitti italiani più atroci enfatizzando il complotto politico organizzato dagli attivisti dell’estrema destra romana. Tutti a guardare voyeuristicamente il morto. Ogni tassello finisce al posto giusto nella ricostruzione narrativa (Pelosi-piccoli e ingenuo criminale di borgata-Banda della Magliana-servizi deviati-P2). L’assassinio del poeta fu progettato nei particolari e da tempo, coinvolgendo parecchie figure fin dentro le istituzioni italiane.

GLI ATTORI – Interpretato da un professionale Massimo Ranieri, penalizzato però da una non adeguata caratterizzazione vocale e dalla distanza anagrafica tra il 53enne Pasolini e il 64enne Ranieri, più in carne e non fisicamente forte come fu il poeta romano nel difendersi durante il massacro, come egli stesso si descrive in una sua poesia intitolata “Gli italiani” «Mostrare la mia faccia, la mia magrezza – alzare la mia sola puerile voce – non ha più senso: la viltà avvezza». Bravissima ed emozionante Milena Vukotic come madre di Pasolini.
Un cast ottimamente nutrito e variegato, ricco di napoletanità come sottolineato dallo stesso regista Grieco, un bravo Libero De Rienzo seppur poco credibile nell’interpretare la figura scomoda e troppo “criminale” di Antonio Pinna. Quest’ultimo scomparso poco dopo e sul quale iniziarono le indagini pochi giorni dopo l’inizio del processo, il 16 febbraio del 1976, e la sua Alfa, che servì per attraversare il corpo martoriato del poeta, fu trovata parcheggiata e abbandonata all’aeroporto di Fiumicino. Subito nel quartiere si collegò la scomparsa al caso Pasolini, da allora nessuno è più riuscito ad avere sue notizie.

SIMBOLOGIA E PINK FLOYD – Energica, calzante e ricca di pathos la colonna sonora affidata ai Pink Floyd con “Atom heart mother”, un brano del 1970 che il gruppo ha concesso di utilizzare al regista «a un prezzo politico». Altamente poetica l’ultima scena su cui “scende il sipario”: il corpo ormai straziato, in fin di vita, del Ranieri-Pasolini circondato, quasi avvinghiato da numerose trivelle, simbologia e strumenti infausti del suo ultimo libro, Petrolio, per lui causa di morte.

PASOLINI PREVIDE IL FUTURO DIGITALE E LE SUE CONSEGUENZE – Il bianco e il nero, il negativo e il positivo, le scene si alternano e scorrono come su di una tradizionale pellicola, le stesse su cui lavorava appassionatamente il regista Pasolini. Egli che temeva il progresso per lui causa di perdita di identità, con cui ognuno sarebbe diventato altro da sè, uniforme alla massa, non più un “io” ma un “tutti”. Un po’ vate, un po’ veggente, Pasolini se avesse vissuto fino ad oggi avrebbe visto realizzarsi il suo timore, una società succube del consumismo più spietato, in cui è la moda a farla da padrona, e il cui mondo virtuale e digitale schiaccia la realtà. Il regista David Grieco affida al protagonista una visione: una tipica scena urbana di oggi, tantissimi giovani in cammino con testa china, ognuno distante dall’altro, ognuno preso dal proprio smartphone o tablet. Una realtà sola, solitaria e isolata. Pier Paolo Pasolini aveva ragione.

 

Redazione

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