
NAPOLI – «Io credo che non ci sia niente di più bello dell’amore, nel bene o nel male è sempre la cosa più bella che possa esistere». È con questa frase che andrebbe ricordato il simbolo più recente della napoletanità in Italia e nel mondo. Un uomo d’amore, come amerebbe definirlo il prof. Bellavista, che ancora oggi vive nella memoria collettiva e nelle vite del popolo che ha amato e che ancora lo ama in modo appassionato.
L’UOMO – Un uomo d’altri tempi era Massimo Troisi, figlio di un’altra Napoli, di altri destini. Ragazzo timido e impacciato di provincia che ha conquistato il mondo con l’arte della parola e del suo essere un uomo, semplicemente un uomo. Figlio di ferroviere proveniente dalla più classica delle enormi famiglie napoletane. Un uomo simbolo dell’uomo, dei suoi tic, delle sue paure, delle sue paranoie e delle gioie strozzate dal destino degli ultimi. Simbolo della lotta contro l’omologazione, la banalità e addirittura la malattia. Quella voce flebile che tartagliava esistenza raccontava infiniti mondi; quello reale e tutti quelli possibili. L’immagine di Troisi è perfettamente sovrapponibile a quella della sua città; caotica, folle, disincantata, imprecisa, ma profondamente intrisa d’amore per l’esistenza.
L’ARTISTA – Massimo, il cognome in città è diventato ormai superfluo, nasce a San Giorgio a Cremano dove muove i suoi primi passi artistici. È in garage dello stesso Comune che nasce La Smorfia, detta prima Centro Teatro Spazio e I Saraceni poi, gruppo di cabaret che pone al centro dei suoi sketch il racconto della quotidianità popolare: «è un riferimento, tipicamente napoletano, a un certo modo di risolvere i propri guai: giocando al Lotto, e sperando in un terno secco…- raccontava Troisi in una celebre intervista – la “smorfia”, infatti, non è altro che l’interpretazione dei sogni e dei vari fatti quotidiani, da tradurre in numeri da giocare a lotto». Saranno questi esordi, partiti dal niente, che spianeranno la strada ad una delle maschere più importanti della storia italiana veicolando il racconto di Troisi su infinite sfere espressive: il teatro, la televisione, il cinema.
L’EREDITÀ – Quell’insieme di guizzi, racconti, rappresentazioni e denunce rappresenta il sostanziale regalo che l’uomo Troisi ha lasciato alla sua città. La dimostrazione che il talento può supplire anche al passo affannoso di un cuore malandato; il riscatto sociale e morale che gli umili possono sempre raggiungere; la complessità sublime della semplicità; l’importanza dell’ abbattimento del luogo comune e delle facilonerie pseudo ideologiche. Tutto questo e tanto altro è il patrimonio che Massimo ci ha lasciato con l’umiltà e l’ironia del primo degli ultimi.
Marco Coppola