Qualiano: a passeggio con la morte, scoperta di un rogo di rifiuti

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Passo dopo passo m’incammino lungo la strada che dallo stazionamento dei pullman di Qualiano – deserto come sempre – conduce allo stadio comunale S. Stefano. I bordi del manto stradale sono al solito invasi dai rifiuti, un po’ per l’incuria dei cittadini, un po’ perché il posto, che sarebbe dovuto essere riservato loro nelle vicine discariche, è stato invece occupato da rifiuti di ben altra provenienza, finiti in quegli stessi siti, oramai zona franca da qualsiasi legge o norma, per la colpevole compiacenza del personale addetto all’ingresso. Un cartello avvisa che la zona è soggetta a videosorveglianza; di fronte pattume abbandonato a se stesso fra i campi. Sorvolando sull’eterno pisolino schiacciato da chi è dall’altra parte dell’obiettivo, vado avanti. Camminare sui marciapiedi, posti al margine del rettangolo stradale, è praticamente impossibile, invasi come sono da erbacce e rifiuti. Ci sono persino materiali ferrosi e pneumatici di auto e camion. Nei pressi dello stadio l’aria è irrespirabile. Seguo il puzzo per rilevarne la provenienza. Sembra provenire da una stradina alle spalle del complesso sportivo. Mi avvicino. La contrazione polmonare all’approprinquarsi diviene via via, seppur in maniera quasi impercettibile, più pesante. Istintivamente copro la bocca con la mano, mossa del tutto inutile data la potenza che questo olezzo dimostra alle narici. Mi avvicino definitivamente e capisco. Mi trovo davanti ad un piccolo rogo tossico. È possibile rintracciare il letto di ghiaia e pietre nascosto sotto i rifiuti, posti probabilmente in seguito alle fiamme; magari per una successiva fiammata. Pensare che quei materiali siano stati bruciati rende agghiacciante il pensiero di ciò che sto respirando. Ci sono materiali di plastica di ogni tipo, materiali di scarto industriali, varie tipologie di scarpe e indumenti, sacconi di plastica con materiali di ogni genere e cenere, tanta cenere. Ci sono metalli, scatole di latta, strane lamiere e assi di legno grossolanamente verniciate. E ancora contenitori di detersivi semipieni e saponi assortiti. Scatto qualche foto e scappo via. L’aria ora è davvero irrespirabile, a duecento metri in linea d’aria parte una colonna di fumo nera e puzzolente. Torno indietro. Sul percorso alla mia sinistra in una stradina vicina a quell’inferno quattro ragazzini sudaticci tirano calci ad un pallone. Dall’entrata dello stadio vedo gente respirare a pieni polmoni facendo stretching. Un paio di rom fanno compere fra i cassonetti. In una chiesa qualche sparuto fedele raccomanda i suoi figli a Dio; lo stesso Dio che pare aver dimenticato questa landa desolata di provincia. Dove ogni giorno roghi su roghi infestano la normale attività di questi condannati a morte. La stessa morte che si propaga per i campi della zona tutti incredibilmente coltivati a mele. Non c’è parola proveniente dalle case, dai negozi, dalle strade. Qui tutto tace, come in attesa di qualcosa. In attesa di un racconto, di una parola, di un discorso che rompa il silenzio. Il silenzio più rumoroso che abbia mai sentito.

 

Marco Coppola

Redazione

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