Occupato l’ex carcere Minorile da tesoro abbandonato a polo culturale – LE FOTO

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di Sergio Valentino
NAPOLI –
Napoli non è una città come tutte le altre, è una continua emozione, che attraverso i suoi angoli più suggestivi spalanca il cuore su baratri fatti di sensazioni sempre diverse e sempre indescrivibili. E a volte, riuscire a vestire tali sensazioni con gli abiti delle parole non è compito facile, tanto sono indefinibili. Nel cuore di Napoli esiste il quartiere di Montecalvario, che racchiude un agglomerato urbano di nome Montesanto, che amo definire l’ombelico di Napoli, essendo, nel suo arrampicarsi verso il Corso Vittorio Emanuele lungo il dorsale della collina del Vomero, talmente intriso di vita e di storia, da farne forse più che altrove, una città nella città. Qui il tempo sembra esitare nel trascorrere, e più che mai è una zona che non riposa mai, di notte come di giorno. Quello che trovi qui è più che un centro abitato: è un luogo dove tempo e vita giocano a rimpiattino, nascondendosi tra le mura di un passato che non passa e un futuro che stenta a svilupparsi. Luci e ombre del passato si nascondono e si palesano improvvise, schiudendosi agli occhi e mostrando senza preavviso scenari magnifici ed inimmaginabili. È il caso di un luogo magico ed emozionante che in questi giorni, dopo decenni di abbandono, è stato letteralmente riscoperto in tutto il suo mastodontico splendore: l’ex carcere minorile  sito a Salita Pontecorvo.

12092294_905061856251093_208872006_nUNA STORIA LUNGA 5 SECOLI – La storia dell’ex carcere minorile parte nel Sedicesimo secolo, quando la struttura era un convento delle suore benedettine per lo sviluppo di arti e mestieri, poi fu trasformato in carcere minorile e infine, a seguito terremoto del 1980, fu abbandonato e poi trasformato in struttura polifunzionale. Acquisito dall’Università Partenope per essere recuperato coi fondi europei, non ottenne altro che nuovi abbandoni, anche dopo che una casa famiglia occupò alcuni locali fallendo poi miseramente prima del termine del millennio. Cinquecento anni di splendore e degrado, ma durante i quali vide anche momenti di vera gloria, come nel caso delle Quattro Giornate di Napoli: è da questi luoghi che i giovanissimi carcerati fuggirono per unirsi alla battaglia che si svolgeva in città e cacciare i tedeschi prima che nel resto di Italia. Ed è in questa struttura che, ormai senatore a vita, il grande Eduardo de Filippo volle far dono al quartiere di una sala da teatro, per stimolare alla trasformazione di un luogo di detenzione in un’area di rilancio sociale e culturale.

12067930_905045649586047_1049825399_nUNA DECISIONE NATA PER CASO – Quella di entrare ed occupare questo spazio abbandonato è stata, per i giovani del movimento Scacco Matto, una scelta nata per caso, ascoltando “La canzone del Filangieri” eseguita da Concetta Barra, e allora il pensiero è corso velocemente a quella struttura a loro sconosciuta, essendo chiusa da decenni. E riuscire ad accedervi non è stato difficile, essendo stata in questi anni terreno indiscriminato per furti e distruzioni gratuite. Ma la struttura ha immediatamente mostrato ai loro giovani occhi uno splendore immenso quanto la storia che racchiude.

12092734_905043446252934_1110471725_nLA STRUTTURA IMMENSA – Un immenso edificio che conta centinaia di ambienti, luoghi che risuonano ancora di grida di ragazzi e pianti di fanciulli lì detenuti, lasciando lontane le memorie di salmi e litanie ripetuti dalle monache Cappuccinelle che abitarono la struttura fino al diciannovesimo secolo. È ai giovani detenuti di questo complesso che va la memoria una volta varcato l’ampio portone, e a loro hanno pensato i ragazzi del gruppo Scaccomatto quando hanno deciso di rinominare la struttura come “Scugnizzo liberato”. E si stringe decisamente il cuore ripensando che quello scrigno pieno di luce sia stato rabbuiato nella sua essenza di luogo di detenzione per giovanissimi. Se, varcato l’atrio, un grosso scalone introduceva ai vasti ambienti della direzione dell’Istituto di pena, una stretta al cuore la si ottiene varcando il secondo andito, che conduce alle celle, un tempo delle monache, poi dei prigionieri. Un piccolo giardino che ha invaso la struttura arrampicandosi, con le sue piante di agrumi, fino alla sommità del complesso, racconta di un luogo dove un angolo di verde vuol nascondere ai visitatori del tempo il dolore che aleggiava nell’aria. Al di la’ da un passaggio a ponte, il cui passeggiatoio superiore era utile come altana per le guardie, un enorme cortile ampio come due campi da gioco, era utilizzato per fornire ai detenuti un luogo dove concedersi la famosa “ora d’aria”. Su di esso affacciavano buona parte delle celle. Ma cosa si poteva trovare una volta entrati? Oltre il grosso salone d’accoglienza per le visite dei parenti, si raggiungeva immediatamente il “buco nero”, un luogo di prima detenzione che racconta ancora il dolore e la disperazione dei giovani qui rinchiusi: tre camerelle, strette e lunghe, di cui la terza ha ancora le pareti imbottite, e che fungeva da cella di isolamento, dove chissà quali torture si sono consumate, visto che c’è ancora appesa alla rete del letto una catena con cui i “giovinastri” venivano legati e interrogati con metodi ben poco cristiani per un ex convento. Al primo piano si accede da una scala abbastanza ampia (ma ce n’è una più stretta che doveva servire per le guardie carcerarie), e qui si trovano, oltre ad ambienti che funsero anche da classi di scuola, un’infermieria (dove sono ancora visibili le ampolle e i medicinali) il teatro donato da Eduardo, una palestra con ancora spalliera appesa alla parete, e infine la chiesa, e qui l’emozione è davvero forte, soprattutto per lo stato di degrado che vi alberga. Altari, marmi, acquasantiere, lapidi, persino i bei pavimenti maiolicati, tutto è stato divelto e spaccato o trafugato, come la porta del tabernacolo e le cinque grosse tele alle pareti; in terra, tra le panche ancora ben sistemate, abbondante guano di piccione, e qualche esemplare di tali uccelli ancora svolazza da una sommità di colonna all’altra; unico arredo sacro ancora presente, proprio di fronte all’altare maggiore, un bel Crocefisso che ancora apre le sue braccia misericordiose a chi varca questo luogo sacro. Ai lati dell’altare, in due cappelle laterali, ancora persistono due altane, usate evidentemente dalle guardie per tenere sotto controllo i giovani detenuti durante le funzioni religiose; in un angolo e in un’altra cappella laterale si trovano ammontonati i marmi e i paliotti divelti dagli altari e dalle pareti laterali. Osservando il tutto, però, ci si rende conto di una cosa: il corpo di questa struttura è stato ampiamente amputato, ma la sua anima e il suo cuore sono ancora vivi e presenti. Le celle che si aprono agli occhi del visitatore raccontano il trascorrere del tempo, su qualche parete ancora si leggono messaggi di auto incoraggiamento (“Il leone è ferito ma non è morto, e neppure ferito) o dichiarazioni di amore per la mamma rimasta a casa a piangere un figlio disgraziato, il terzo piano, quello occupato all’epoca dalla casa-famiglia, conserva ancora i murales dipinti dagli ospiti. E all’ultimo piano, sulla terrazza di calpestio, si spalanca un panorama mozzafiato, perché Napoli è un sogno meraviglioso anche per chi deve osservarla solo da “arèto ‘e cancelle”, ossia dietro le sbarre.

IL SOGNO DI EDUARDO – Quale missione si sono prefissati questi audaci giovani che hanno scelto di prendersi cura di questo immenso complesso architettonico? Sono proprio loro a comunicarlo agli abitanti del quartiere e alla città, a cominciare dall’aver scelto la data corrispondente a una delle Quattro Giornate di Napoli (non a caso sono state rinvenute qui anche delle maschere antigas della seconda guerra mondiale) ossia il 29 settembre scorso, per intraprendere questa missione apparentemente impossibile, ma in realtà fattibile con l’aiuto di tutti, non ultime le istituzioni, al fine di organizzare attività di autofinanziamento per migliorare le condizioni strutturali dello stabile (decisamente per nulla malmesso nelle sue linee essenziali) al fine di dare inizio ad attività e laboratori quali cinema gratuito, laboratori di musica e teatro, alloggi per studenti e senzatetto, scambi culturali interlinguistici con la scuola di migranti Nablus.

12068044_905070842916861_1507950793_nAIUTO ALLA CITTADINANZA – Per questo, chiedono la collaborazione di tutti, a cominciare dai cittadini e dai residenti. E sono stati proprio questi ultimi a sorridere benevolmente all’alta impresa di questi ragazzi già adulti, e accettare di buon grado di trovare, insieme, il modo di collaborare. L’intero quartiere è già in fermento per dare un aiuto e prepararsi a far sì che questo meraviglioso progetto, come quello che fu il sogno di Eduardo, possa concretizzarsi per il bene del quartiere e della città tutta. Le istituzioni stanno già palesandosi con l’intento di venire incontro a questi volenterosi per il bene di tutti e di ciascuno, e pare proprio che dalle braccia delle nuove generazioni possa prendere vita la rinascita di un passato glorioso fatto stavolta non a scapito dei più deboli ma per il loro bene, “nella speranza di costruire al più presto una rivoluzione che faccia rialzare e restituisca dignità alla città di Napoli, perché chiunque possa godere di libertà, sicurezza e spazi dedicati in ogni quartiere”.

Redazione

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