Strage di pecore in Campania, oltre 500 animali morti: ecco perchè – LE FOTO

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A essere colpite sono soprattutto gli ovini della razza bagnolese, una razza autoctona di particolare importanza della regione Campania che ha preso il nome dal paese di Bagnoli Irpino, in provincia di Avellino. Questo ovino deriva dall’incrocio fra la razza Barbaresca e la popolazione Appenninica Dall’Irpinia si è diffusa nel tempo in tutta la regione, fino alle province di Caserta e Salerno. Oggi se ne contano diversi capi nella zona dell’altopiano Laceno dove si ottengono con il suo latte interessanti produzioni casearie, sia pecorini sia ricotte, fresche ma soprattutto salate. E’ un ovino rustico, molto adatto ai pascoli in condizioni difficili e fornisce produzioni interessanti, come già accennato, di latte ma anche di carne. Nella cucina locale sono molto usati anche gli agnelli che, nutriti esclusivamente con latte materno, offrono carni particolarmente tenere e delicate. Il tipo d’allevamento prevalente in Irpinia, un’area dove si pratica ancora la monticazione estiva dei capi sulle cime più alte dei Monti Picentini, è brado o semibrado, con pascolo erbaceo e un’integrazione solo nei mesi invernali. Proprio la tipologia di allevamento e le particolari condizioni climatiche di questo periodo hanno contribuito alla diffusione del vettore “culicoides” della malattia.

“L’epidemia di febbre catarrale, conosciuta come la malattia dalla lingua blu per la particolare colorazione che assume la lingua degli animali colpiti, sta decimando gli allevamenti di ovini campani, soprattutto quelli delle province di Avellino e Salerno dove ci sono state già oltre 500 morti”.

A lanciare l’allarme i Verdi, con il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli, e il portavoce regionale del Sole che ride, Vincenzo Peretti, che è anche docente del dipartimento di Medicina veterinaria e produzioni animali dell’Università Federico II di Napoli.
Il virus della malattia dalla lingua blu è trasmesso da insetti ma non è pericoloso per l’uomo anche perché non si trasmette in alcun modo all’uomo, neanche attraverso il latte, i formaggi e la carne degli animali” hanno precisato Borrelli e Peretti per i quali “a causa di questa epidemia, le piccole e piccolissime aziende agrozootecniche campane stanno attraversando un periodo molto difficile e rischiano il fallimento perché al danno per la perdita degli animali si aggiunge quello derivante dalle spese che devono sostenere per lo smaltimento delle carcasse”.

“Purtroppo, l’epidemia si è propagata velocemente perché non c’è stata un’adeguata prevenzione visto che, nei mesi estivi e primaverili non sono stati effettuati adeguati piani di prevenzione quali i prelievi sugli animali sentinella e le trappole per i culicoides, gli insetti che portano il virus della malattia, né tantomeno ci sono stati controlli di altro tipo o vaccinazioni” denunciano Borrelli e Peretti per i quali “in questo modo si sarebbe potuto arginare la malattia”.
“Ormai il danno è fatto, ma non bisogna farsi trovare impreparati nei prossimi anni prevedendo misure adeguate da concordare con i medici veterinari che devono essere sempre più protagonisti, ma, nel frattempo, bisogna intervenire per venire incontro alle aziende in difficoltà per evitare che chiudano anche perché per ogni azienda agricola che chiude, un altro pezzo di territorio rischia di finire abbandonato” hanno concluso Borrelli e Peretti per i quali “bisogna prevedere da subito indennizzi per gli allevamenti colpiti dalla malattia e nei quali ci siano stati decessi, tenendo conto del numero, della razza e del mancato reddito”.

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